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Scritto da Dario Ascoli   

I Due Foscari
Musica di Giuseppe Verdi (1813-1901)

libretto di Francesco Maria Piave, da Byron
Tragedia lirica in tre atti
Prima esecuzione a
Roma, Teatro Argentina, 3 novembre 1844


Tra i compositori italiani, Giuseppe Verdi è forse quello che con maggiore attenzione si è rivolto alla letteratura anglosassone; non solo William Shakespeare, ma anche George Byron.
Anche Donizetti era venuto in contatto con romanzi e drammi britannici, favorito dai contatti con quella cultura che nella Napoli post restaurazione aveva agiata cittadinanza.
Così il musicista bergamasco, a cui furono cari argomenti come Lucia di Lammermoor e Roberto Devereux, subì la fascinazione di Marino Faliero di Byron, anticipando Verdi, il quale, sempre prediligendo un dramma di ambientazione veneziana del poeta inglese, ripiegò su I due Foscari.
Non si può dire e crediamo che nessun direttore artistico, per fantasioso che sia, possa affermare che il melodramma sul Doge Foscari e lo sfortunato figlio sia un titolo particolarmente amato nell'insieme del repertorio verdiano.
Cronologicamente la tragedia segue il successo di Ernani, a Venezia, del 9 marzo 1844.
Il titolo da Byron era stato anch'esso proposto per La Fenice, ma alcune obiezioni, talune comprensibili, altre meno e nessuna, naturalmente, condivisibile, indussero la censura a bocciare il progetto.
Si rilevò che le famiglie protagoniste della tragedia erano ancora a quel tempo presenti con discendenti anche influenti in Venezia:”involgono riguardi dovuti a famiglie viventi in Venezia quali sono le famiglie Loredano e Barbarigo che potrebbero dolersi della figura odiosa che vi si farebbe fare ai loro antenati” (Guglielmo Brenna, segretario della Fenice, addì 26 luglio 1843).
In verità i Barbarigo avrebbero avuto poco di cui dolersi, ma, in ogni caso, non è una “figura che vi si farebbe fare” ma ciò che la storia da quel 1450 non aveva che confermato; quei tristi fatti e misfatti di cui prima Byron e poi Piave narrarono.
Le censure incorrevano e in ciò perseverano anche quando agiscono sotto mentite spoglie di governanti e legislatori, a confondere, mistificando, le colpe dei potenti con la denuncia delle stesse e il doveroso giudizio degli accusati, in presunzione d'innocenza ma in sottomissione al giudizio. Il crimine non si aggrava perché reso noto se non nel caso di calunnia e diffamazione, che vedrebbero nella loro rappresentazione teatrale o nella pubblicizzazione priva della notificazione di condanna definitiva, una sorta di reiterata amplificazione del danno connesso all'illecito stesso.
La vicenda narrata ne I due Foscari è in massima parte storicamente verificata, è documentata la condanna di Jacopo Foscari all'esilio per espiare la colpa di omicidio e tradimento, contestatagli dal Consiglio dei Dieci e altrettanto riferita dalle cronache è sia la morte di suo padre contemporanea alla nomina del nuovo doge Malipiero che la tardiva riabilitazione di Jacopo, morto esiliato nell'isola di Creta.
Eppure l'argomento di Byron era molto caro a Verdi, definendo egli· il “fatto veneziano” come “pieno di passione e musicabilissimo” e ancora “io simpatizzo per I due Foscari perché (…) è soggetto più appassionato (...) e poi perché si distacca dal genere del Nabucodonosor e dei Lombardi”.
Il compositore, nel 1843, sentiva il bisogno di incamminarsi per nuove strade creative, di porre, tra i capolavori ricchi di sentimento di popoli e la nuova produzione, una linea di demarcazione; d'ora in poi Verdi, anche in conseguenza delle frequentazioni letterarie europee, sente di dovere musicare sentimenti di donne e uomini, di amanti, madri, mogli e figlie e di padri, mariti, figli, e innamorati.
La fede sarà sostegno e guida, non motivo di scontri e di guerre, mentre ai potenti sarà comminata la condanna delle leggi umane, esercitate nel timore di Dio, ma fatte proprie da uomini e organizzazioni sociali e statuali.
Il Verdi degli anni '40 dell''800, segnati da tragedie personali, concentra la propria attenzione su testi letterari alti e scopre le aumentate possibilità drammaturgiche che la rinuncia alle tre unità aristoteliche offre al melodramma.
Quanto agli autori, Byron, libertario e oppositore delle tirannidi, si presenta al musicista quasi come un proprio alter ego letterario.
La letteratura inglese, perciò, avvicinata al dramma in musica entrando dalla porta del Regno di Napoli restaurato, fa scoprire ai musicisti gli alfieri del romanticismo liberale.
Alcune tematiche si guadagnano un ruolo prevalente, così il conflitto tra ragione pubblica e sentimento privato si afferma come un topos ricorrente: Stiffelio, Un ballo in maschera e, appunto I due Foscari.
Musicalmente nella tragedia del doge, il bussetano ricorre all'associazione tra personaggio e tema e quest'ultimo viene affidato ad una particolare strumentazione.
Al doge viene abbinato il violoncello e gli archi gravi con melodia· ad ampie volute, a Lucrezia, per contro, agili terzine che sbalzano gli archi acuti, a Jacopo una dolente melodia in sol minore affidata al clarinetto, strumento che in quegli anni si andava affermando come compagno estremo dei condannati, con il timbro coperto, il vibrato di intensità piuttosto che di altezza e l'immancabile lieve soffio che accompagna l'emissione, che esprime un trattenuto sospiro di in dolore nobilmente espresso e interiorizzato; si pensi a come Puccini esalterà queste caratteristiche in Tosca.
In verità i motivi caratterizzanti annunciano l'ingresso dei personaggi, più che accompagnarne l'azione, e Verdi abbandonerà presto tale formula che, pensiamo, egli abbia adottato ricercando modelli  stilistici che guardassero a Wagner, mantenendo lo stile italiano; il musicista non attenta minimamente al valore della forma chiusa, ne collega gli estremi al contesto, se mai, ma aria e cabaletta permangono come cifra connotativa.
Non fu certo la necessità didascalica a spingere Verdi a sperimentare i motivi guida, tale era la semplicità della vicenda de I due Foscari: un'accusa di omicidio e tradimento per il figlio del doge, il giudizio del Consiglio dei Dieci a cui neppure la massima carica della Serenissima può opporsi, la condanna e il tardivo riconoscimento dell'innocenza, giunto dopo la more in esilio del giovane Foscari. il tutto manovrato da Jacopo Loredano, desideroso di vendetta per la morte di due suoi antenati. Non per nulla, alla dipartita dell'anziano doge, il secondo decesso in casa Foscari, egli si dichiarerà "pagato" del torto subito.

 

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