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Al Verdi di Salerno, Ruggiero Cappuccio e la sua drammaturgia della fine di Caravaggio Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Prosa ©
Scritto da Marisa Paladino   
Martedì 10 Novembre 2009 22:12

"Miserere Caravaggio, mi sono fatto io solo" così risuonano sul finale le parole pronunciate in punto di morte dal pittore Caravaggio, nell'ultima opera scritta e diretta dal drammaturgo Ruggero Cappuccio, talentuoso e di matura espressione, in scena al Teatro Municipale "G. Verdi" di Salerno nelle date del 5,6,7 ed 8 novembre 2009.
L'atto unico "Le ultime sette parole di Caravaggio", che ha debuttato nella scorsa edizione del Napoli Teatro Festival al Bellini di Napoli, è un testo linguisticamente commisto, di invenzione e reinvenzione della lingua, non semplice specie nell'ascolto, ma assolutamente pieno di capacità immaginifica e di una musicalità complessiva che fanno perdonare tali difficoltà.
Esaltato dall'ottimo livello interpretativo degli attori, l'opera è costruita sull'idea centrale di mettere in scena l'artista nella ultima sua ora, in una dimensione priva di enfasi visiva e di retorica narrativa, nell'assenza di antefatti e in un presente solo di pochi giorni, forse ore, apparentemente senza passato, ma di cui sono intrisi i lucidi e disperati soliloqui del protagonista.
L'autore, certamente catturato dalle nebbie che avvolgono gli avvenimenti legati alla tragica e prematura fine di Caravaggio, scomodo e geniale in vita e nella morte, accomunato al grande Pasolini, non mancherà di sottolineare che motivo ispiratore della scelta è stato anche il "vuoto esistente tra gli intellettuali, oggi, perché dopo Pasolini, non abbiamo più avuto un intellettuale in dialogo aspro col potere. Caravaggio era così".

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La virtù preclara di Simone Alaimo per l' Elisir d'amore al Teatro Massimo Bellini di Catania Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Musica ©
Scritto da Dario Ascoli   
Giovedì 12 Novembre 2009 17:03
L' Elisir d'amore, siamo ripetitivi nel riaffermarlo, è una commedia in musica in grado di emozionare , far sorridere e commuovere ad ogni rappresentazione, sfidando mediocri regie, inette direzioni musicali e improbabili interpreti: laddove non giunga il risultato della produzione di cui si è spettatori, la memoria dell'ascoltatore, il ritorno ad una passata esperienza uditiva correlata ad una sola delle splendide pagine del melodramma donizettiano, opera il miracolo.
Dal 3 al 14 novembre 2009, al Teatro Massimo Vincenzo Bellini di Catania, se non al miracolo, alla magnanimità della memoria si è dovuto in alcuni frangenti far ricorso.
Pochi, maledetti e subito gli elementi positivi della produzione catanese:
Un impianto scenico semplice, realizzato con pochi mezzi ma efficace nell'essere tradizionale e fiabesco quanto il libretto suggerisce, realizzato da Camillo Parravicini e ripreso da Salvo Tropea; i costumi disegnati per accarezzare lo sguardo confortando l'immaginario senza voler sorprendere, quelli di Silvia Polidori.
Un coro, diretto da Tiziana Carlini, generoso e a tratti entusiasta, a dispetto delle difficoltà contrattuali contingenti , con una compagine orchestrale , accomunata nelle incertezze al complesso corale, dal suono generoso e dalle singolarità di assoluto rilievo.
Un mattatore del palcoscenico nel ruolo di Dulcamara del calibro di un instancabile Simone Alaimo e una coppia di giovani protagonisti, innamorati dentro e fuori la scena, come la carinissima Serena Gamberoni in Adina e il tenore in netta ascesa Francesco Meli, interprete di un Nemorino sognante, ingenuo ma virile, entrambi provati dai postumi di un'infreddatura, ma da applaudire non per l'impegno, quanto per la qualità musicale.
Aggiungiamo una Giannetta peperina, leggera ma ben presente e con la punta di suoni ben viaggiante come Rocio Martinez Serrano e lasciamo alle benevolenza del ricordo il compito di farci godere l'ennesimo Elisir.
Il deja vu aiuta l'ascoltatore, ma talvolta non supporta i registi, troppo preoccupati di guadagnarsi il titolo di originalità per prendersi cura di compositore e librettista, per non dire di quei rompiscatole di cantanti, dei direttori, dei cori e degli orchestrali.
Giovanni Anfuso, regista di prosa catanese, ha costruito una messa in scena che quando è risultata piacevole si è dimostrata essere tale grazie all'arbitrio degli interpreti; valga a confortare l'ipotesi il confronto tra i due cast avvicendatisi al Teatro Bellini.

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Risveglio di primavera Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Prosa ©
Scritto da Melania Costantino   
Martedì 10 Novembre 2009 09:21
La dimostrazione della fragilità etica degli ordinamenti sociali precostituiti palesa la propria essenza in una piéce teatrale dalla trama fitta, robusta e melanconica.
Risveglio di Primavera, tratto dall’opera omonima di Frank Wedekind, rappresentata dal 6 al 15 di novembre 2009 presso il Teatro Nuovo di Napoli, indaga negli albori dell’esistenza e mostra il binomio Eros-Thanatos nel gioco altalenante di pulsioni e morte di esse.
Wedekind, facendo gridare allo scandalo la società mitteleuropea di fine ‘800, raccontava di una fanciullezza ovattata, distrutta dall’avvento dell’età puberale colta nell’impatto con le sovrastrutture delle regole morali, in un moto perpetuo di controllo e repressione.
Il crepitio assordante di un sistema corruttore degli acerbi vagiti di vita non spegne l’incendio furioso dell’animo adolescenziale, tanto da consentire che, l’apparente contrasto tra le esigenze dello spirito e le necessità del corpo, si imbatta cruentamente nelle maglie manipolative del conformismo borghese.
La masquerade di insegnanti, genitori ed istituzioni interferisce subdolamente nell’ontologia stessa dell’età di un gruppo di giovani, i quali si mostrano nella distruttiva disforia di animi vaganti tra le incertezze dell’essere e del dover essere.

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Il caso di Alessandro e Maria: Curiosa replica di una storia d’amore che ha già avuto luogo Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Prosa ©
Scritto da Melania Costantino   
Giovedì 12 Novembre 2009 14:20

Al di là del bene e del male, Alessandro e Maria: sospesi sul baratro di un eterno istante, avvinghiati ai loro arzigogolati sproloqui, sospinti da un’energica e poetica amarezza. Dal 10 al 15 di Novembre 2009, Luca Barbareschi e Chiara Noschese, presso il Teatro Bellini di Napoli interpretano con nuova grinta un’opera dal passato illustre: Il caso di Alessandro e Maria.
Si schiudono occhi, mani e voci in giochi di trasparenze, profumati di notte o di sole, sul sexy-sax e sulle note dal superbo stile di Marco Zurzolo e della sua band.
Una scenografia pregiatissima, la quale include ed esclude le fila dorate di note musicali, librandosi tra l’onirico ed il surreale.
Un casolare di campagna circondato da alti alberi, un fermo immagine sull’esistenza di Alessandro e Maria.
Demoni evocati ed esorcizzati a volte, certezze ingurgitate e vomitate tal altre.
Il ricordo di un amore/viaggia nella testa/e non c’è una ragione/quando cerchiamo quel che resta/E’ come un vento di passione/o una rosa rossa/il ricordo di un amore/ci cambia e non ci lascia’.
In quello che fu un testo lucente di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, il riadattamento di Barbareschi consta di ben integrati nuovi elementi, ad iniziare dalla parte musicata, la quale, oltre alle nuove composizioni di Marco Zurzolo, come ‘C’amor’, ‘Migranti’ e ‘Tema di Giulia’, trova ampio respiro in testi di Pino Daniele, Sergio Endrigo, Bruno Lauzi e G. Cotreau.
I testi prescelti, gemme perfettamente incastonate nel corpo dello spettacolo, delineano in maniera egregia i dialoghi dei due protagonisti, i quali, cantando, cristallizzano il peso dei loro vissuti in parole ondeggianti e lievi.

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I Ponti di Madison County al Teatro Bellini di Napoli: molto più di un remake celebrativo Stampa E-mail
Oltrecultura: Recensioni Prosa ©
Scritto da Melania Costantino   
Giovedì 19 Novembre 2009 13:00

E’ doveroso abbandonare il ricordo di Clint Eastwood e Meryl Streep per entrare sino in fondo nella logica e nel sentimento promosso dal riadattamento teatrale di Lorenzo Salveti.
I Ponti di Madison County, in scena dal 17 al 22 novembre al Teatro Bellini di Napoli, mostra la propria temerarietà nel quasi obbligato confronto con il risultato di una lunga serie di successi.
Il testo di Robert James Waller divenne presto un best-seller, così come il film diretto ed interpretato da Eastwood.
In questi giorni Paola Quattrini e Ray Lovelock mutano, dunque, le sembianze di Francesca e Robert.
Su delle immagini che lasciano scorrere paesaggi americani, su delle note colorate di tutto il folklore di quei luoghi, Ruben Rigillo diviene una presenza costante in tutta la rappresentazione, prendendo le vesti dello scrittore Waller, il quale introduce e, talvolta segmenta, la storia dei due protagonisti.
L’abitazione di Francesca diviene un punto fermo scenografico da cui far partire e, poi, far convergere ogni snodo della narrazione.
Sul palco, dunque, un interno chiaro, rilassante, quasi sospeso nel tempo, in uno spazio a metà tra la realtà e il sogno.
I personaggi che popolano la storia sono quelli per cui mai nessuno potrebbe dire adatti ad essere oggetto di grandi opere letterarie, poiché hanno vite piccole, comuni, o almeno pare essere tale l'esistenza di Francesca.
Francesca dalle origini italiane, Francesca dalla grande vitalità, Francesca innamorata della poesia: Francesca che abbandona le proprie aspirazioni per cullarsi ed abbandonarsi nella vita di moglie e madre.
Ama suo marito, quell’uomo tanto buono con lei, ed ama profondamente i propri figli, Carolyn e Michael (Maria Grazia Laurini e Alessandro Marverti), mentre dimentica Yeats, Rilke.
E’ il fotografo del National Geographic, Robert Kincaid a scoprire con i ponti della Madison County una donna nuova: ‘C’era una strana energia nel suo modo di lavorare. Non si limitava ad osservare la natura, ne prendeva possesso. Imponeva la sua volontà al paesaggio, alla luce, alle cose e le plasmava.’
Il vigore di primordiali istinti sentimentali investe gli ormai maturi Robert e Francesca, facendo divenire un incontro di per sé casuale, un sentiero irreale, una dimensione mai esistita.
Le frasi d’amore e di vita che i due pronunciano non rientrano mai nell’ovvio: pura poesia trascende dal loro sentimento.
Un amore che non snatura la propria essenza, ma che tenta di preservare se stesso e chi lo circonda, seppur nello strazio di un infinito e lungo addio.

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